Nel buio ossessivamente martoriato da un’affettata oscurità squarciata dai lampi di una casa invasa da rumori e da una muffa che penetra nei corpi, ‘Nzularchia - ovvero “itterizia” - svolge una sfida al labirinto, ovvero a un luogo d’origine sfigurato e illeggibile, un gioco d’orientamento e disorientamento nell’ansia topografica della mappa per rintracciare il colpevole. L’autore, giovanissimo e forsennato nella sua ambiziosa loquacità da inferno, uno scrittore furibondo, fluviale, forte, già importante, con un’acuta sensibilità linguistica e un coraggio da leone, riesce a muovere le veglie di una inquieta, informe coscienza retroattiva alle prese con un’indagine impossibile, dove l’indiziato è un padre camorrista che toglie la vita ai figli, impedendone la nascita. Testo sul padre-assassino di una società invertebrata e deviante, seducente per il gioco a nascondere di una lingua che incessantemente osa sfidare i suoi inabitabili cul de sac, inseguendo il vorticoso e inane percorso di una identità mai veramente nata: è quella di un figlio che non ha altre armi se non ricomporre la lingua dei padri, barocca, lampeggiante e a tratti violenta, di quella violenza che è “piatto prelibato nel pranzo succulento della vita”. (Motivazione della giuria del Premio Riccione 2005)
E' il dramma della paura. Vite malate di paura, incrociano i loro ricordi e fanno cortocircuito. Il procedimento ricostruttivo della memoria di Gaetano ha bisogno di un testimone immaginario e Gaetano lo trova in Piccerillo, riflesso e vittima dell'asfissia esistenziale di Gaetano e di quella sadomasochista di Spennacore. La messinscena concentra la sua attenzione sull'analisi introspettiva del protagonista, il suo ambiente è surreale, allucinato come quello dell'inconscio profondo di Gaetano, intento a dar corpo ai suoi fantasmi, a ricostruire il drammatico puzzle della sua esistenza, attanagliata dall'incubo indelebile di quella tragedia, che non lascia scampo a nessuno dei suoi protagonisti.
(Carlo Cerciello)