Musica e azione di Meredith Monk
La Monk è statunitense e sperimenta, col suo gruppo, da una decina di anni; il suo credo è nel corpo; e quindi respinge la sollecitazione scenografica nella formulazione di un Robert Wilson. L’uomo soltanto vive nello spazio, e lo giustifica. Elasticità ed incisività del gesto, armonia di segni, rifiuto quasi assoluto della parola, interiori cadenze musicali del racconto, monismo virtuoso, sintassi mimica composta di elementi di danza classica, e soprattutto del teatro orientale (da Bali ai Nò). Davanti alla tastiera di un pianoforte Meredith Monk dà inizio a un vero concerto da camera basato su accordi e frasi musicali, sui quali si innesta, prevalendo, la sua voce. È una successione di suoni che hanno la caratteristica d’essere formati in punti diversi dall’organo vocale, e di non distendersi nel bel canto.squittii, uggiolii, volantine di note secche, addirittura emissioni contemporanee di doppi suoni. È un esercizio di estrema abilità, nel quale si cavano dal corpo tutte le possibilità nell’area dell’intonazione, e lo si realizza come strumento musicale. I prodigi tecnici non rifiutano di organizzarsi in sequenze, e il magma è tutt’altro che irragionevole o disgiunto da un senso della forma, per cui l’ascolto è anche piacevole, oltre che stupefatto. Nella seconda parte di Antology, non prova di pieghe ironiche e di rapidi momenti parodistici, la Monk si trasforma in danzatrice e procede a comunicarci una serie di sillabe gestuali limpidi e guizzanti, escludendo ogni acrobazia e includendo, invece, una specie di sentimento; da cui sembra trasparire una sofferente e malinconica vicenda umana.
Odoardo Bertani ("Avvenire" 16 ottobre 1977)